Dal 3 ottobre al 1° novembre 2026
Palazzo Merulana è lieto di presentare la mostra dell’artista Yuan Gong: The World of the Stage II a cura di Liliana Liao.
La mostra The World of the Stage II si terrà dal 3 ottobre al 1° novembre 2026 a Palazzo Merulana.
La mostra rientra nell’ambito delle iniziative realizzate per la II Edizione della Settimana della Cultura Italia-Cina 2026 (1° ottobre – 5 novembre 2026). Il soggetto capofila del progetto è LIAO – Laboratorio Incontro Asia Occidente, Associna è uno dei partner della manifestazione.
La Settimana della Cultura Italia-Cina si configura come una piattaforma permanente di cooperazione culturale, nella quale mostre, performance, incontri, attività formative e progettazione condivisa diventano strumenti per favorire la nascita di collaborazioni durature tra istituzioni italiane e cinesi. La manifestazione intende promuovere la costruzione di reti, lo sviluppo di nuove progettualità e il rafforzamento delle relazioni internazionali tra il sistema culturale italiano e quello cinese.
La manifestazione si sviluppa attorno alla collaborazione quindicennale tra l’artista Yuan Gong e la curatrice Liliana Liao, e trova nuovo impulso con la mostra personale The World of the stage inaugurata durante la Biennale di Venezia.
Partendo da Venezia, per Roma hanno concepito un percorso curatoriale articolato in tre progetti complementari: The World of the Stage II, The Birth of the Jester e The Labyrinth.
The World of the Stage, interpreta il mondo contemporaneo come un palcoscenico nel quale individui, comunità e culture ridefiniscono continuamente la propria identità attraverso il confronto con l’altro. I tre progetti costituiscono i capitoli di un’unica ricerca artistica sviluppata da Yuan Gong e curata da Liliana Liao, che trova nella II Edizione della Settimana della Cultura Italia-Cina il proprio naturale spazio di sviluppo, dialogo e restituzione al pubblico.
La mostra The World of the Stage II, ospitata presso Palazzo Merulana, rappresenta il secondo capitolo del progetto espositivo inaugurato nel 2026 a Venezia. Attraverso video art, performance e opere multidisciplinari, la mostra approfondisce la ricerca di Yuan Gong sul rapporto tra identità, rappresentazione e trasformazione nella società contemporanea. La ricerca dell’artista, sviluppata da oltre quindici anni attorno al concetto di Qi (?) come principio estetico e filosofico, trova in questo nuovo capitolo un ulteriore sviluppo, mettendo in dialogo arte contemporanea cinese, patrimonio culturale italiano e pubblico internazionale. Accanto alla mostra, il progetto di performance partecipativa The Birth of the Jester estende la ricerca artistica nello spazio urbano.
The World of the Stage II
Nel discorso artistico contemporaneo, “la scena” (the stage) non può più essere confinata nello spazio fisico del teatro. Si è espansa in una struttura: un sistema che organizza come i corpi appaiono, come le azioni si svolgono, e come le relazioni tra il vedere e l’essere visti si formano.
The World of the Stage II parte da questa interpretazione; lungi dall’essere una mostra sulla performance, la mostra si presenta come un’indagine su come il mondo stesso opera come scena.
Attraverso più di due decenni di pratica artistica, Yuan Gong ha utilizzato consistentemente il corpo come medium primario. Tuttavia, quest’ultimo non è concepito come un veicolo di espressione personale, ma come una condizione strutturale che per sua natura è posizionata, mossa, soggetta all’osservazione, e continuamente esposta a fraintendimenti.
Il corpo è ripetutamente attivato attraverso differenti sfere sociali: confini, rovine, piazze pubbliche, spazi religiosi, e ambienti di rete. Questi luoghi, non operano come sfondi neutrali; ma piuttosto funzionano come strutture di scena che partecipano attivamente nella produzione di significato.
In questo senso, la mostra può essere compresa come un’archeologia della messa in scena. Attraverso sette serie di lavori correlati, traccia l’idea di un mondo che è continuamente generato, distrutto e riconfigurato. Queste ultime, articolano ognuna una condizione specifica del mettere in scena, formando collettivamente un’indagine continua e strutturata.
Nella prima serie, Actions on the Boundaries, il corpo è posizionato entro zone di transizione: geografiche, culturali e istituzionali. Qui, il confine è approcciato non come una linea fissa ma come un limite percettivo. L’azione diviene un modo per testare, attraverso il quale il corpo negozia la sua posizione tra le grandi strutture, lasciando il significato sospeso più che risolto. Il progetto prende piede dai confini istituzionali: archeologia, museologia, regimi patrimoniali, il mercato e l’Arte stessa. Piuttosto che articolare una posizione fissa, l’artista mantiene una condizione di presenza attraverso la quale le strutture sottostanti sono rese visibili.
Questioni come la proprietà, la produzione di valore, e la relazione tra l’oggetto e il territorio non sono risolte ma presentate come condizioni operative. In questo modo, il lavoro non asserisce un significato determinato e univoco ma lo lascia sospeso, dipendente dal giudizio dell’osservatore.
Nella seconda serie, Rituals in the Ruins, in spazi segnati da rotture, la rovina diventa il luogo in cui la ritualità è reintrodotta: non come un ritorno alla fede ma come un gesto provvisorio che prova a riorganizzare il significato dove quest’ultimo è crollato. Le temporalità si intersecano e si accumulano, producendo una condizione stratificata nella quale il passato, il presente e il futuro coesistono.
Progressivamente, si arriva alla terza seria, Atmosphere as the Work Itself, dove la presenza materiale del lavoro inizia a dissolversi, spostando Il focus verso una condizione immateriale e pervasiva. “la scena” (the stage) si espande, diventa un ambiente diffuso, non più ancorato a un sito specifico ma disperso tra la percezione, l’aspettativa e l’attaccamento. Quello in cui ci si imbatte non è un evento vero e proprio ma le condizioni che rendono l’evento immaginabile. L’Atmosfera non è lo sfondo o un effetto secondario, bensì il medium centrale dal quale il lavoro è costituito. Questo ribaltamento della percezione usuale, scaturisce da un coinvolgimento prolungato con il Qi, considerato sia in quanto fenomeno materiale che percettivo. Esso può essere attivato tramite dispositivi tecnici, trovando al contempo riscontro attraverso l’esperienza incarnata.
Le sequenze della mostra si sviluppano, ed emerge la quarta serie, The Over-Rehearsed Body. Attraverso la ripetizione e il re-enactment, il corpo diventa sempre più distaccato dall’immediatezza del vissuto e entra in una condizione costruita. Le prove non sono più propedeutiche alla rappresentazione ma divengono un processo generativo che produce e al tempo stesso destabilizza il significato.
Nella quinta serie, The Manipulated Body, questa internalizzazione della struttura è spostata verso l’esterno. Qui, l’artista rinuncia all’idea di controllo, permettendo al corpo di essere plasmato dagli altri, dalle dinamiche collettive, e da forze sistemiche. Il corpo diventa un’interfaccia della partecipazione, dove le dinamiche di potere sono rese visibili e l’identità è continuamente riscritta.
Avviandosi verso la fase conclusiva del progetto, la sesta serie, Absence as Performance, estende la logica della messa in scena attraverso “la scomparsa”. Quando il corpo si ritira, la performance non cessa ma è riconfigurata attraverso la narrazione, la mediazione e la convinzione. Quello che rimane non è un evento che si svolge in tempo reale; la scena si sposta così da un luogo fisico a una condizione cognitiva.
La mostra si conclude con la settima serie, The Birth of the Jester, un’azione performativa site-responsive di trenta giorni realizzata a Venezia. Qui, l’identità è continuamente prodotta attraverso le azioni degli altri. Il volto dell’artista viene ripetutamente trasformato, dissolvendo l’autorialità e ridistribuendo l’agency. Il giullare (the jester) non emerge come una figura fissa, ma come una condizione generata socialmente: instabile, collettiva e perennemente incompiuta.
Per concludere, The World of the Stage II non cerca una risoluzione ma sostiene una condizione di incertezza. Grazie alla narrazione operata dalla mostra, l’artista evita delle posizioni fisse, il significato non è consegnato in una forma già circoscritta ma rimane contingente, sospeso e dipendente dal coinvolgimento dell’osservatore. Questo determina che l’osservatore non può rimanere esterno; entrare nell’opera, vuol dire posizionarsi nello stesso campo in cui essa opera: osservando e partecipando, ricevendo e producendo significato.
In un contesto plasmato dai media, l’informazione, il potere e la realtà sono continuamente riscritti e manipolati, non c’è stabilità o trasparenza. Con The world of Stage II, l’artista non vuole risolvere questa instabilità ma renderla percettibile. Yuan Gong non propone una verità univoca ma evidenzia le mutevoli condizioni dal quale il significato è formato.
In questo senso, la mostra opera come sia come un meccanismo retrospettivo che come un’affermazione metodologico; mettendo insieme lavori prodotti nel tempo e articolando un approccio che concepisce il mondo non come una realtà neutrale bensì come una struttura in cui le relazioni sono continuamente messe in scena e riconfigurate. In definitiva, la scena non è più confinata nel lavoro stesso ma è inseparabile dal mondo in cui viviamo.
Breve biografia di Yuan Gong
Yuan Gong, nato a Shanghai nel 1961, è un artista contemporaneo cinese. Ha conseguito un dottorato di ricerca in teoria dell’arte presso la Chinese National Academy of Arts nel 2012, ma è immerso in diversi aspetti dell’arte contemporanea cinese fin dagli anni ’90. Nel 2022, Yuan Gong ha ottenuto la certificazione di idoneità per il visto “Global Talent” come artista da parte dell’Arts Council England. Essendo sia creatore che ricercatore, designer e pianificatore, Yuan Gong è un artista poliedrico che opera all’interfaccia tra arte concettuale, performance e belle arti. Utilizzando una grande varietà di media, le sue opere affrontano molteplici questioni filosofiche, riflettendo le sue preoccupazioni sulla società cinese e mettendo in discussione il sistema dell’arte, il formato delle mostre e lo status dell’opera d’arte. Tra le principali mostre a cui ha partecipato in anni recenti figurano la mostra tematica al Padiglione della Cina della 54ª Biennale di Venezia, l’evento collaterale “Voice of the Unseen” della 55ª Biennale di Venezia, “Belle Haleine – The Scent of Art” al Museo Tinguely, la 3ª Asia Triennial Manchester, “China8” al Muelheim Art Museum, e “AsiaTime” alla 1ª Asia Biennial e 5ª Guangzhou Triennial. Le sue opere d’arte sono state acquisite dal Guangdong Museum of Art, dal Tianjin Art Museum, dalla Luohu Art Gallery, dall’Hubei Museum of Art, dall’Arthur M. Sackler Museum dell’Università di Pechino, dalla Fondazione Schneider, dalla White Rabbit Collection, e fanno parte della Sigg Collection di arte contemporanea cinese.